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Fermate i “Niccolai” dell’antirazzismo che rischiano di fare danni più che contribuire ad una causa più che giusta ed importante.

Mi vado a spiegare partendo dall’utilizzo del sinonimo “Niccolai” che fa riferimento all’attitudine del centrale difensivo del Cagliari campione d’Italia 1969-70 ad infilare invece che la porta avversaria, la propria. Il fatto di essere stato protagonista di alcuni clamorosi autogol ha fatto si che al nome del peraltro buon giocatore dell’epoca diventasse uno dei sinonimi di autolesionismo.

Non trovo come altro definire infatti, nei giorni della sacrosanta protesta contro il razzismo e la violenza della polizia che ha portato all’uccisione di George Floyd, la decisione di ieri dei supermercati svizzeri Migros di eliminare dagli scaffali i cioccolatini “Moretto” perché conterrebbero nel nome riferimenti razziali.
Il politicamente corretto condotto all’esasperazione in questa  maniera diventa pura corbelleria ed è per molti versi controproducente perché offre ai corifei del "Law & Order" trumpiano  il modo di buttarla in caciara col rischio di perdere il senso profondo del discorso. E poi come la mettiamo con tutti i prodotti che contengono la parola nero? cominciamo a cambiare il nome alla cera da scarpe “testa di moro”?
Potrei  proporre di  passare all’utilizzo del portoghese “preto”, ma poi li senti in Vaticano … Battute a parte, la questione è talmente seria ed importante che bisogna stare attenti a non fornire pretesti per lo svilimento , la generalizzazione o il capovolgimento del problema come sono tanto abili a fare certi personaggi.

Per questo ci andrei piano anche con la moda dell’abbattimento o insozzamento delle statue e la messa all’indice di personaggi del passato rivisitati nei loro comportamenti alla luce della sensibilità odierna. Decontestualizzati dal periodo e dal modo di pensare dell’epoca parecchi dei protagonisti della scena culturale, politica e artistica risulterebbero infatti fonte di imbarazzo. Sono andato per curiosità a leggermi qualcosa su sir Edward Colston, colui la cui statua è stata scaraventata a terra giorni fa a Bristol perché commerciante (tra le altre cose) di schiavi.

Ora, lungi da me voler giustificare tale aberrante compravendita, ma il signore in questione era noto anche per la sua generosità  con i poveri (bianchi, ovviamente) che infatti affollarono riconoscenti il suo corteo funebre. Inoltre all’epoca l’intera città di Bristol ricavava gran parte delle sue entrate da quell’ignominioso mercato: e allora che si fa, si rade al suolo Bristol? E coi libri di Socrate e Platone come procediamo? Al rogo perché (manifestamente) pedofili? 

Bisogna stare attenti e non perdere di vista il centro del problema che è: come si può tollerare che accadano episodi come quello di Minneapolis oggi, oltre 50 anni dopo  l’abolizione  formale delle differenze di razza;  dopo che da altrettanto tempo il colonialismo ha cessato d’esistere, che l’evoluzione dei costumi, del modo di pensare hanno radicalmente cambiato la sensibilità morale?  Come si può permettere una violenza gratuita e arrogante come quella che è costata la vita a George Floyd?

Purtroppo questo tipo di accadimenti si lega al preoccupante dilagare di una mentalità conservatrice cattiva e revanscista che intende mettere in discussione molti dei diritti acquisiti a favore dei meno abbienti in nome di un egoismo  edonistico e monetario e che è abilissima a mischiare le carte ed a cercare di rovesciare il gioco. Ad una settimana dall’omicidio, per esempio, ha fatto scalpore la presa di posizione di una donna di colore, Candace Owens, attivista trumpiana, che sui social ha attaccato Floyd per il suo passato al grido di “non è il mio martire” ... come se il punto fosse cosa ha fatto l’uomo soffocato dall’agente e non il fatto che il poliziotto abbia orribilmente abusato della sua posizione di forza. Se Floyd aveva commesso dei reati ci sarebbe stato un giudice chiamato a valutare le sue responsabilità ma nessuno aveva delegato al police-man il ruolo di giudicante ed anche di esecutore di una sentenza per altro tutta da verificare.

E non pensiamo noi, in Italia ed in Europa, di essere solo spettatori. Il caso Cucchi ci insegna che anche qua c’è chi ritiene che una divisa addosso sia un lasciapassare verso l’impunità, anche qua il linguaggio quotidiano si imbarbarisce e si carica di una violenza verbale che è il prodromo di qualcosa di peggio.  Contrastiamo allora le persone che spacciano odio, quelli che proclamano il diritto del più forte, coloro che si credono investiti da una missione divina.

Difendiamo i diritti costati tante lotte, lottiamo ancora per una più equa distribuzione della ricchezza, per il diritto alla salute ed ad una vita dignitosa. Non dobbiamo smettere  di analizzare la storia e di trarre da questa insegnamenti, ma  guardiamo avanti e lasciamo le statue dove stanno.