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Dati sconcertanti dal rapporto su lavoro e genitorialità.

51.558 uomini e donne hanno deciso nel corso del 2019 di abbandonare il loro posto di lavoro per “la difficoltà di conciliare l’occupazione con le esigenze di cura della prole”. In grande maggioranza si tratta di donne (37.611, il 73%). Il dato generale, secondo quanto riporta il rapporto in materia dell’Ispettorato nazionale del lavoro e riferito al 2019, è in incremento di circa il 4% rispetto all’anno precedente ed è aumentato di oltre il 64% in 5 anni (nel 2015 gli abbandoni del posto di lavoro con questa motivazione erano stati 31.249).

Per cultura e habitus mentale, il problema riguarda, come detto, soprattutto le donne che in stragrande maggioranza scelgono di fare un passo indietro per seguire i figli, ma il fenomeno sta crescendo anche tra gli uomini; basti considerare che nel  2011  a fronte di 17.175 dimissioni “rosa” c’erano solo 506 dimissioni “azzurre” mentre nel 2019 i numeri sono rispettivamente di 37.611 ( +118%) e 13.947 (+ 2600%). Sono numeri che spiegano meglio di tante parole e dibattiti il disagio di un paese che non riesce a fare, anche in questo settore, il necessario salto di qualità  verso la modernità.

Il tessuto industriale italiano conta prevalentemente piccole e medie aziende che hanno difficoltà ad applicare modelli di contratto lavorativo che prevedano flessibilità e welfare aziendale. Il settore pubblico negli ultimi 10 anni si è esercitato principalmente nell’escogitare formule per far quadrare i conti e disinnescare le clausole di salvaguardia sottoscritte forse improvvidamente ma che si potevano forse risolvere attraverso una attenta politica di tagli alle inefficienze, alle prebende, agli sprechi che ancora zavorrano la macchina dello Stato. Si è scelto invece troppe volte di andare a ridurre i servizi (ce ne siamo drammaticamente accorti con l’emergenza pandemica di Marzo-Aprile) con qualche “peloso” favoreggiamento del soccorso privato quale soluzione di riserva. 

Fino a che regge il welfare familiare (nonni e parenti) in qualche modo si riesce a gestire la situazione, ma anche questa è una limitazione di non poco conto qualora si consideri la crescente mobilità del lavoro, una necessità che comporta anche la possibile rinuncia ad opportunità diverse perché distanti dal luogo dove l’assistenza dei familiari consente la gestione dei bambini. Si deve tener presente oltretutto che questi dati riguardano l’anno 2019, ovvero l’era ante-Covid e certamente le limitazioni imposte dall’epidemia per la frequenza di scuole e asili, la crisi economica che ha colpito tante realtà, (per tacere della “strage dei nonni” in tante parti del nord Italia) fanno temere che quando usciranno i numeri dell’anno in corso si vada ulteriormente a peggiorare.

Per questo diventa fondamentale ed urgente che il ceto dirigente nazionale esca dalla torre d’avorio delle chiacchere senza costrutto e torni nella realtà. Servono azioni concrete, attivazione di supporti che evitino di trasformare il diritto alla genitorialità nel privilegio di avere figli, sarebbe l’ennesima divaricazione sociale e non possiamo davvero permettercela soprattutto perché l’allarme demografico è uno dei principali motivi di preoccupazione a livello europeo. Ma non si risolve da solo, serve agire presto, bene e nei fatti.