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Come 100 anni fa anche oggi si rischia la vita sul posto di lavoro.

30 giugno, Genova: una betoniere si ribalta, travolge e uccide un operaio sessantenne. 13 luglio, provincia di Caserta: un operaio muore schiacciato da un macchinario. 14 luglio, provincia di Latina: crolla un solaio, muratore cinquantunenne perde la vita. 15 luglio, San Daniele del Friuli: muore schiacciato da una pressa operaio di ventiquattro anni. 16 luglio, Cremona: operaio perde la vita schiacciato da lastre di acciaio. Provincia di Pisa: operaio muore cadendo all’interno di un macchinario. 17 luglio, Bitonto: ventitreenne muore all’interno del capannone dove lavorava forse travolto dal carico di un muletto. 20 luglio, Roma: due muratori perdono la vita cadendo da una impalcatura. Ed è solo la cronaca di 15 giorni.  Il dramma della morte sul lavoro continua ad accadere troppo spesso in Italia per essere solo frutto di coincidenze e malasorte. Nel 2019 si sono contante 1089 vittime, 1218 nel 2018. Una strage silenziosa perché troppo spesso queste vicende valgono un trafiletto in cronaca solo nel giorno in cui accadono e poi cascano nel dimenticatoio, travolti dall’estetica forsennata dei social e dall’autoreferenzialità della politica e del giornalismo che conta. Resta la tragedia per chi la subisce, per famiglie che si trovano improvvisamente senza affetti e senza fonti di reddito.

Restano lo sconcerto e le lacrime dei colleghi di lavoro. La corsa verso il profitto non ha tempo, travolge etica e diritti, tempi e regole, spazio e prudenza. Non c’è tempo per fermarci ci dicono, altrimenti qualcun altro ci supera. In cosa, vien da domandarsi ? Ci supera in orario di lavoro ? Ci supera in produttività con incrementi geometrici per le imprese e nulli per chi presta la propria opera ? Ci supera in cinismo, arrivismo, cultura della competizione ? Ma siamo sicuri che valga la pena ? La lunga teoria di morti che ogni anno siamo costretti a registrare ci suggerisce che non è questa la direzione giusta, che occorrerebbe fermarsi un momento e pensare ad un modo diverso di produrre e di lavorare. Non sono per niente convinto che la soluzione sia la “decrescita felice” di Latouche, ma sono almeno altrettanto certo che non possa e non debba essere nemmeno la rincorsa al denaro a tutti i costi. Le politiche del lavoro sono state abbandonate da troppi anni, vittime della paura di essere considerati anacronistici nel pronunciare parole come “tutela  della salute” e “diritti” perché una certa vulgata pretendeva che parlare di diritti significasse non riconoscere anche i propri doveri. Vittime anche di certi eccessi sindacali che hanno svalutato il ruolo fondamentale delle associazioni di rappresentanza. Vittime soprattutto della pretesa di un modernismo rimasto troppe volte sulla carta e tradotto invece in sfruttamento all’interno di un sistema economico che arranca da vent’anni. E’ il momento di tornare ad affrontare il tema del lavoro non solo dal lato retributivo ma anche da quello sociale e della sicurezza. E’ una sfida fondamentale per il futuro, è quello che reclamano i troppi caduti sul terreno dell’indifferenza.