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L’hotspot di Moria, nell’isola Greca di Lesbo, ha registrato il terzo incendio in meno di 48 ore, un luogo che è stato tristemente ribattezzato il campo profughi della vergogna, quella della politica europea incapace, o forse semplicemente disinteressata a questo disastro umanitario.

L’incendio ha devastato quello che di fatto è il campo profughi più grande d’Europa, quasi tredicimila richiedenti asilo. Ai vigili del fuoco, che hanno combattuto a lungo per spegnere le fiamme, alla fine si è presentato a davanti agli occhi uno scenario di totale distruzione. Il governo greco ha altro a cui pensare, alla montagna di debiti che sta ingoiando il paese e all’emergenza Covid, anche se da ieri non ha potuto fare a meno di mobilitarsi fornendo cibo, alloggio e cure mediche ai migranti. I minori non accompagnati sono stati assegnati a tre diverse missioni. L’hotspot di Moria contiene un numero quasi quattro volte superiore alla sua capienza, era dunque facilmente prevedibile che prima o poi sarebbe scoppiato l’inferno, e così è stato. L’incendio sarebbe divampato in almeno tre punti differenti del campo, come hanno stabilito i vigili del fuoco che raccontano di aver incontrato la resistenza di alcuni migranti agli sforzi per spegnere le fiamme. Dietro quanto accaduto c’è l’esasperazione di migliaia di uomini, donne e bambini abbandonati da Atene. Affibbiare la colpa di questa emergenza umanitaria soltanto alla Grecia, però, sarebbe un errore imperdonabile, il problema è da individuare in sede europea con la scellerata politica dei bonus. Sei miliardi sono stati elargiti alla Turchia per tenere a bada cinque milioni di migranti, una montagna di soldi che non sono sufficienti a saziare l’appetito di Ankara e di Erdogan, uno che calpesta impunemente i più elementari diritti dei suoi connazionali, per lui i migranti non sono esseri umani ma soltanto merce di scambio, infatti vorrebbe di nuovo batter cassa. Questi profughi hanno visto la morte in faccia: in Siria dove sono stati bombardati e quindi costretti a scappare, in Turchia perseguitati e discriminati, in Grecia chiusi in questa specie di lager e adesso inseguiti dalle fiamme. Se qualcuno nutriva ancora dubbi sull’esistenza o meno dell’inferno stavolta si convincerà definitivamente. Papa Francesco, dopo la sua visita del 2016, lo definì senza mezzi termini un campo di concentramento, invitando l’Europa a farsi carico di questa tragedia umanitaria. Un appello, neanche a dirlo, caduto nel vuoto tra l’indifferenza generale. Questa mattina nei quotidiani italiani in edicola poco spazio a questo argomento: il Corriere della Sera, tanto per fare un esempio, ha relegato l’argomento a pagina dodici, in mezzo ad altre due notizie. In compenso a pagina otto c’è un'intervista al senatore Pier Ferdinando Casini, uno che, nonostante abbia fatto più danni del terremoto del Belice, continua a dispensare perle di saggezza. Ad oggi Casini (mai cognome fu tanto azzeccato, contrassegna in maniera compiuta il personaggio) in parlamento è seduto tra le fila del gruppo delle Autonomie, che è un po’ come dire che non sa neanche lui da che parte stia. Andiamo avanti così, facciamoci del male…