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La notizia della morte di Paolo Rossi arriva come un pugno nello stomaco che ci lascia senza fiato.

Questo 2020 sarà ricordato a lungo, non solamente per una maledetta pandemia che sembra non finire più, ma anche per la scomparsa di tanti personaggi amati. Per capire chi era Paolo Rossi è necessario fare un salto all’indietro di quasi 40 anni, a quella torrida ed indimenticabile estate del 1982. Paolo Rossi era un ragazzo come noi, spensierati ventenni. Si era conquistato fama e notorietà a suon di gol nel Lanerossi Vicenza alla fine degli anni settanta, e in maglia azzurra al Mundial Argentino del 1978. Nel momento della sua forma migliore incappò in una squalifica di due anni in seguito al primo grande processo per il calcio scommesse, un polverone inaudito che coinvolse molti giocatori di serie A. Ventiquattro mesi a contare i giorni che mancano al ritorno in campo. Nel frattempo viene acquistato dalla Juventus, con la quale a tre giornate dal termine della stagione 81/82 torna in campo e partecipa alla conquista dello scudetto. Il Mundial è alle porte: Bearzot decide di convocarlo e di lasciare a casa Roberto Pruzzo che con la maglia della Roma aveva segnato gol a grappoli. L’Italia pallonara inevitabilmente si divide, le polemiche infuriano in quantità industriale, soprattutto nella capitale, sponda giallorossa. Bearzot viene bollato come juventino, il blocco che ha portato in Nazionale è quello della squadra bianconera. Gli azzurri iniziano il Mundial in sordina, tre pareggi contro Polonia, Perù e Camerun, conquistando la qualificazione al turno successivo soltanto per differenza reti. In quella edizione la seconda fase è costituita da quattro gironi, ognuna con tre squadre, le prime di ogni girone sarebbero andate in semifinale. L’Italia si ritrova di fronte l’Argentina di Maradona, campione del mondo in carica, e il Brasile stellare di Zico, Socrates, Falcao, Cerezo, Eder, Junior, una squadra che fino a quel momento ha asfaltato tutti e si presenta come la grande favorita. Sui giornali l’ironia si spreca, l’invito più gentile ed educato è quello di tornare a casa per evitare una disfatta che viene data per certa. L’Italia batte l’Argentina due a uno ma Paolo Rossi rimane ancora a secco. La stampa nazionale alza il livello dello scontro e chiede a Bearzot di trovare il coraggio di sostituire Rossi che in campo sembra il fantasma di quello ammirato ad Argentina 78.

La sera prima di affrontare il Brasile Paolo Rossi bussa alla camera di Bearzot e gli dice che è pronto a farsi da parte, si sente in colpa per gli attacchi nei confronti del tecnico friulano. L’Italia per andare in semifinale ha un solo risultato: battere i verdeoro, con il pareggio sarebbe stata eliminata per differenza reti. La pressione mediatica è enorme. Dopo il primo turno lo staff azzurro si era chiuso in un ostinato silenzio stampa, i giornalisti l’avevano presa male. Bearzot abbraccia Rossi e gli dice di andare in campo contro il Brasile e fare gol. Bearzot credeva in Rossi, era convinto che avesse soltanto bisogno di sbloccarsi psicologicamente, di mettere dentro un pallone nella porta avversaria, quello che Paolo aveva dimostrato di saper fare con naturalezza nel recente passato. Il 5 luglio del 1982 è uno di quei giorni che passano alla storia. Allo stadio Sarria di Barcellona l’Italia batte il Brasile dei campioni grazie ad una tripletta di Pablito, l’Italia impazzisce di gioia, i brasiliani tornano a casa con la coda tra le gambe. Gli azzurri non si fermano più grazie a Paolo Rossi che segna una doppietta contro la Polonia conquistando la finale. A Madrid contro i simpaticissimi tedeschi le cose sembrano mettersi male, Cabrini sbaglia un rigore, l’Italia vacilla, ma poi ci pensa di nuovo lui, l’eroe nazionale, a sbloccare il risultato e a spianare la strada verso il terzo titolo mondiale. Gli azzurri tornano a casa con l’aereo presidenziale: Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini non si sarebbe mai perso una finale mondiale, figuriamoci contro i tedeschi, lui da partigiano li aveva conosciuti molto bene. Dal 1982 Paolo Rossi è diventato una leggenda, un’icona del calcio italiano, il simbolo di una nazione che nei grandi momenti di difficoltà è sempre riuscita a trovare la forza di rialzarsi e dare il meglio di sé. Chi poi ha vissuto gli anni 80 può facilmente ricordare che si respirava un’aria di ottimismo, gli anni del benessere, del progresso economico e tecnologico. Momenti di vita indimenticabili e, purtroppo, irripetibili. Ho conosciuto Paolo Rossi nel 2014, feci da moderatore alla presentazione del suo libro “1982. Il mio mitico mondiale”. Ricorderò per sempre quella magica serata nello splendido scenario di villa Severi ad Arezzo. Ero emozionato, per me Pablito era un mito, il mio eroe di gioventù, vi confesso che mi tremavano le gambe. Arrivò un’ora prima dell’inizio e mi venne incontro come un vecchio amico, mi disse che dal suo buen retiro di Cennina, a due passi da Arezzo, mi aveva visto in tv e gli ero rimasto simpatico. Di lui mi colpì la spontaneità con la quale si relazionava con le persone, la grande umanità che riusciva a sprigionare. Sul palco, tra le altre cose, gli feci raccontare un episodio che gli era accaduto qualche anno dopo aver chiuso con il calcio. Era andato in Brasile per partecipare ad una partita di beneficenza. Atterrò a San Paolo, uscì dall’aeroporto e s’infilò nel primo taxi disponibile per raggiungere l’albergo. Era tardi. Il tassista iniziò a guardarlo dallo specchietto mentre guidava, dopo alcuni minuti fermò l’auto e gli chiese se per caso era quel Paolo Rossi della Nazionale italiana. Pablito rispose di sì, il tassista lo fece scendere e lo lasciò a piedi in piena notte, cosa non molto raccomandabile in una città pericolosa come San Paolo. Per fortuna passò un altro taxi, stavolta il conducente non lo riconobbe. Mario Sconcerti scrisse che Paolo Rossi “…al centro dell’area era come se tutto il suo talento l’avesse barattato con un ritmo di partita solo suo. Non vedevi niente, era come un deserto. In area si alzava della polvere, intuivi un gruppo di corpi, e se la palla andava in porta era stato Paolo Rossi. Quasi non vedevi come”. Ogni 11 luglio avevo l’abitudine di mandargli un messaggio per ringraziarlo di tutte quelle grandi emozioni che con i suoi gol ci aveva fatto vivere. L’ultima volta mi ha risposto “Grazie Massimo, evviva il 1982…”. Ciao Paolo, con te se ne va una parte importante della nostra vita, fatta di sogni e giorni spensierati. Ci rivediamo lassù…