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Brevetti e pandemia, una storia che comincia ad essere ignobile./

Il cov-19 dopo essere stato l’indiscusso drammatico protagonista del 2020 si avvia ad esserlo anche per il 2021 e chissà se davvero potremmo essercelo levato di torno nel 2022. Di questo passo certamente no anche perché la produzione dei vaccini non solo non riesce a tenere il ritmo dell’espansione della malattia e delle sue varianti sempre più esotiche e sempre più contagiose, ma sta diventando una esosissima questione di mercato  e di profitto alla faccia dell’emergenza , anzi delle emergenze giacché non si tratta solo di quella sanitaria ma anche di quella economica, lavorativa, sociale, culturale. Il problema non è circoscritto solo a qualche zona del pianeta ma è globale e difficilmente arginabile senza una manovra congiunta a livello mondiale che coinvolga tutti i paesi nessuno escluso, poiché una falla nel meccanismo potrebbe lasciare libero spazio al propagarsi di ulteriori varianti non previste con il rischio di dovere ogni volta ricominciare daccapo. In questo contesto l’atteggiamento di Big Pharma, stigmatizzato con parole forti ed esemplari dall’europarlamentare francese Manon Aubry  il 4 marzo scorso, diventa ogni giorno più imbarazzante per i governi occidentali proni ai diktat delle multinazionali, costretti a strapparsi di mano l’un con l’altro le forniture che le case farmaceutiche mettono tranquillamente all’asta del miglior offerente come se vivessimo in una normalissima situazione di mercato. Vale notare che i produttori dei vaccini ( ai quali va dato giusto merito per l’impegno e la rapidità con la quale hanno portato a termine il compito) hanno potuto sfruttare anche ingenti finanziamenti pubblici per sostenere le loro ricerche accelerate ( si parla di 20 miliardi ) e che tali fondi sono stati loro destinati sia dai governi inglese e americano che dall’unione europea in ragione della drammatica situazione venutasi a creare, capace di portare morte e sofferenza nell’immediato ma problemi ancora maggiori nel prossimo futuro quando ci troveremo a contare le aziende sparite, i negozi chiusi, i posti di lavoro azzerati ed i cervelli polverizzati da smart working, Dad e diavolerie social combinate.  Si chiede da più parti che in un atto di generosità verso il genere umano chi detiene i brevetti dei farmaci attualmente schierati  contro il Coronavirus li renda pubblici, consentendo l’ampliamento della produzione e un attacco effettivamente efficace contro la pandemia. Non serve che Israele ( che paga bene ) sia prossimo all’immunità se in Ghana sono arrivate 50 dosi di vaccino. Ma da quest’orecchio pare non ci si voglia sentire. La proprietà intellettuale, le materie prime monopolizzate o quasi, gli anni di investimenti in ricerca…Si continua su questo versante a ragionare come se vivessimo una situazione normale nella quale certamente tutto questo è non solo comprensibile ma doverosamente oggetto di tutela. Qui e ora però è in ballo, e non sembri una esagerazione,  la sopravvivenza del genere umano; quella fisica e quella intellettuale. Davanti a questo il mercato ed il profitto devono cedere alle ragioni superiori dell’umanità, della dignità umana e della necessità. Ci sarà tempo per arrotondare i dividendi, per assicurare ai manager gli immorali compensi di cui abitualmente fruiscono . Ora l’economia deve tornare sotto il controllo della politica, di una politica sana e non affaristica, di una politica che  guarda all’uomo ed ai suoi bisogni, di una politica che non abbia timore a confrontarsi e ad imporsi alle leggi del mercato che hanno contribuito a loro modo a generare questo disastro. Se vogliamo uscirne, se vogliamo andare avanti dobbiamo prima di tutto ritornare indietro e rimettere le logiche del liberalismo sguaiato al loro posto. Prima viene l’uomo e poi il denaro.