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Le “morti bianche”, un dramma senza fine./

185 morti in tre mesi. Più di 1800 nell’ultimo anno sono state in Italia  le persone che hanno perso la vita sul luogo di lavoro. Abituati come siamo, ormai da quattordici mesi, ai bollettini di guerra della feroce pandemia mondiale rischiamo di perdere di vista altre vittime il cui numero è paradossalmente ( ma forse neanche tanto) aumentato proprio nel periodo in cui molte aziende hanno dovuto osservare periodi di chiusura a causa del Covid. Morire di lavoro è la cosa più triste e più ingiusta perché a lavorare si va per vivere, per assicurare a sé stessi ed ai propri cari i mezzi per affrontare la vita, i suoi bisogni e le sue opportunità. Il rovesciamento dei termini, a volte elaborato in forma marzullianamente interrogativa, resta la negazione dell’essere in favore dell’avere. Di nuovo, come per tanti altri aspetti di questa società stretta tra edonismo ed egoismo, ci troviamo a misurarci con la legge del profitto  elevata al massimo grado, là dove si smarrisce il filo della logica e quello della vita, dove una “dose” di lavoro in più diventa l’elemento determinante da acquisire anche ignorando od omettendo la sicurezza, riducendo o annullando le pause,  estendendo orari o pretendendo risultati ad ogni costo, anche a quello di tradire o manipolare la fiducia di chi si ti si rivolge. La curva dei risultati deve crescere sempre, non importa come e meno ancora a che prezzo. Questa logica, è molto “made in U.S.A. come gran parte dell’evoluzione sociale che ci interessa,  anche se di quel paese si continua a prendere solo ciò che si ritiene faccia comodo e si ignorano certe altre caratteristiche, come la spietata”marcatura” della politica da parte della stampa, la rigorosa separazione di poteri, la responsabilità individuale sentita come un dovere più che come un diritto.  La formula, applicata al nostro sistema produttivo,  rischia di diventare esplosiva perché c’è una sottocultura della piccola furbizia, del “caporalato” palese o occulto e soprattutto della sproporzione tra domanda ed offerta di lavoro che moltiplica le opportunità per chi lo offre e diminuisce la forza di chi lo cerca. Si è smarrita negli anni anche buona parte della solidarietà tra lavoratori ( quella che una volta si chiamava solidarietà di classe ) che ha consentito di conquistare diritti fondamentali  e non è un caso se oggi, passo dopo passo, leggina dopo leggina, Renzi dopo Renzi, si vadano rimettendo in discussione tante di quelle vittorie che non erano altro che il riconoscimento di una dignità umana nel lavoro.  Dentro questa deriva stanno anche questi morti, più di due al giorno, una media che fa impressione se solo ci si volge il pensiero, troppo spesso sviato da altri allarmi forse nemmeno tanto reali. Il lavoro è un diritto-dovere sancito dalla Costituzione ( articoli 4 e 36) ed è considerato un mezzo per sviluppare la propria personalità. Troppe volte oggi diventa un fine  nel quale la persona naufraga e si dissolve, troppe volte la mercificazione del lavoro fa tornare il lavoratore ad essere “merce” al pari di qualunque altra e quindi fungibile e ignorabile e sostituibile.  Tornare all’essere ed invertire l’ordine di importanza, considerando l’avere come un mezzo ed il profitto non più il totem da venerare ma un  equo riconoscimento dell’intrapresa è la sfida che non possiamo più dilazionare a costo di perderci definitivamente nel niente del mercato.